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66° Festival di Berlino - Ave Cesare di Joel e Ethan Coen


Foto: Universal Pictures
Il segreto del cinema non può essere svelato, ma per i fratelli Joel e Ethan Coen, che ieri hanno aperto la Berlinale col film Ave Cesare (2015), quello che sta dietro a Hollywood a ben vedere sì: filisteismo, politica e soldi. Che fin dai tempi di Roma (!) - agli albori della civiltà - hanno impegnato l’umanità per arrivare a noi senza risparmiare nemmeno la settima arte. Il metacinema (il cinema che parla di sé) non è roba semplice da gestire. La Nouvelle Vogue ne fece ampio uso: l'intenzione era di mostrare come si giravano i film in passato per irretire alla fede del cinema. Ciò permise la diffusione di opere in cui proprio il cinema si fece tema primario della narrazione, cosicché il film non solo divenne espressione di un punto di vista sul mezzo, ma anche veicolo di una poetica. È la strada battuta dai registi come Claude Chabrol, Jean-Luc Godard, François Truffaut, Jacques Rivette, Eric Rohmer etc. che provenendo dalla critica cinematografica stessa, usarono la macchina da presa anche per trasfondere nelle loro opere l'idea che si erano fatti del cinema e per parlarne. Per i Coen, però, a Hollywood né poetica, né idea o fede giocano alcun ruolo, se in Ave Cesare è tutto il sistema del cinema a essere ridicolizzato. Siamo agli inizi degli anni Cinquanta nei grandi Studios, grandi Star, entità miserabili fuori dal set invero, sono impegnate in varie produzioni sotto la guida del cattolicissimo e cinico impresario Eddie Mannix (Josh Brolin), giunto al limite della sopportazione. Quando la star del suo colossal sulla crocifissione di Gesù, il “centurione” Baird Whitlock (George Clooney), sarà rapito da una banda di sceneggiatori comunisti perché sottopagati da Mannix, per un riscatto di centomila dollari, questi dovrà serrare i ranghi e rieducare tutti dal primo all’ultimo: dai tecnici, alle comparse, dagli attori, ai neo comunisti fuori luogo, fino ai giornalisti che ronzano come api intorno al miele della mecca del cinema. Qui c’è solo un valore a contare: il film che ha da venire, e la star che dovrà fare incassare milioni di dollari. Né politica o religione possono sperare di scavalcare gli spessi muri di cinta dei teatri di posa. Così quando il “centurione” ritorna comunista evangelizzato dai rapitori, sul filo di una sceneggiatura confessionale, recitando a testa alta di fronte al “Cristo crocifisso” sul Golgota parole di speranza e uguaglianza ecco l’amaro ritorno alla scena di un colossal di cartongesso: la star cade proprio sull’ultimo sostantivo dell’ultima battuta, dimentico della parola chiave nell’ultima scena, della sceneggiatura delle sceneggiature, “fede”. Che cosa resta? Ben poco, anche all’attore che fa Gesù in croce, che frattanto si gratta i piedi compulsivo, mentre il regista chiede di ripetere tutto da capo.

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