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66° Berlinale - Fuocoammare di Gianfranco Rosi



Foto: Samuele Pucillo
Dal mare viene l’unico film italiano nel concorso di questo Festival di Berlino, presentato ieri e accolto dalla stampa in sala - caso veramente raro - con un applauso consecutivo di venti minuti, il docu-film Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Il lungo applauso lo rende già un film in odore di vittoria, ma occorre dire che Rosi è uno che ai Festival vince. Nel 2008, infatti, alla Mostra del Cinema di Venezia, con Below Sea Level, vinse due premi, Orizzonti e il Doc/It. Nel 2010 allo stesso, Festival, vinse il Fipresci Award con El Sicario - Room 16. Fuocoammare è interamente girato sull’Isola di Lampedusa, nell’orizzonte di quel Mediterraneo che è diventato la tomba di quasi 2.500 naufraghi dei barconi della speranza, che dall’Africa tentano di raggiungere il nostro continente per mettersi in salvo da guerre e ISIS. Altra rarità: mai il direttore del Festival Dieter Kosslick si è soffermato - come ha fatto più volte nelle interviste rilasciate - su un film del suo concorso, tanto quanto con l’opera di Rosi, invitato a partecipare ancora prima della fine delle riprese. Il tema dei profughi, infatti, colpisce la Germania tanto quanto l’Italia. Dice Kosslick: “È innegabile che sono questi i due Paesi d’Europa a essersi dimostrati più generosi nella politica di accoglienza”. Samuele (Samuele Pucillo) ha dodici anni e vive su un’isola di pochi abitanti lontano dalla terra ferma. Come tutti i bambini, lui ama giocare con la sua fionda, costruita con meticolosità, e ha un amico del cuore al quale insegna come andare a caccia e un compagno di scuola che invece insegna a lui come remare, perché a Lampedusa “sa essiri marinai prim’i tuttu” (“si deve essere marinai prima di tutto”). Samuele però lo soffre sto mare e gli piacciono i giochi di terra, perché nel suo mondo da quella grande chiazza azzurra entrano tutti i giorni migliaia di sopravvissuti strappati ai flutti. L’Africa con la sua disperazione è dentro a quel tartassato confine d’Europa, e i lampedusani sono i soli testimoni partecipi, consapevoli e muti, di uno scempio immane. Nel continuo alternarsi dei due registri, tragedia dei naufraghi e tenero quotidiano di Samuele, Fuocoammare commuove per l’umanità con cui è tratteggiato il dramma di Lampedusa. Un racconto che è anche apocalisse però, per la quantità di bambini, donne e uomini affogati nelle acque del Mediterraneo. “La morte può essere anche questo: oltraggio” dice a un certo punto il medico incaricato agli sbarchi, Pietro Bortolo, tra i protagonisti. Abbiamo incontrato il regista nella Lounge Gold dell’Hayatt Hotel, dopo la presentazione del film…
Signor Rosi, come può essere la morte oltraggio?
Ho girato per un anno a Lampedusa e mi creda tutti i corpi che ho visto galleggiare o stivati nelle sentine dei barconi, sono oltraggiati dalla nostra incertezza.
È una critica alla politica europea?
Il mio film non vuole essere né politico, né polemico. È la pura documentazione di quel che accade e di quel che non si sta facendo.
Perché secondo lei?
Per paura di non fare la scelta obbligata.
Ovvero?
Accogliere senza indugio, cercando frattanto di risolvere il problema all’origine.
Dieter Kosslick, direttore del Festival, dichiara che Italia e Germania sono i due paesi finora più generosi. È vero?
Più che altro mi concentro su quelli che erigono muri e recinti di filo spinato. E questo mi fa rabbia.
Darebbe il Nobel a Lampedusa?
Subito.
Che cosa l’ha colpita dei lampedusani?
La loro pacata e silenziosa partecipazione. Sono vitali e tutt’uno con la morte che sta infestando le acque della loro isola.
Ha visto tanti morti?
Li ho pure filmati.
Che cosa l’ha impressionata di più?
I cadaveri delle madri che hanno partorito nelle sentine dei barconi con i cordoni ombelicali attaccati ancora ai loro piccoli, morti anch’essi.
Lei ha definito più volte questa sciagura come l’Olocausto dei nostri tempi…
Ma con una differenza, l’Olocausto ebraico c’è stato raccontato dopo essere avvenuto. Questo invece è tutti i giorni sotto i nostri occhi.
Avrà mai fine?
Non ne ho purtroppo l’impressione. Il film è recente, ho finito di girarlo a inizio gennaio. Credo che la situazione sia destinata a peggiorare.
Il suo rapporto con il piccolo Samuele come l’ha costruito?
Ci siamo incontrati tutti i giorni e abbiamo parlato fino a conoscerci bene.
Ha scritto una sceneggiatura?
Non riesco a farlo, inizio le riprese e mi lascio trasportare dagli eventi, così come i rifugiati si lasciano ai flutti.
Ci spieghi meglio, per piacere.
Chi scappa si consegna all’ignoto, al mare e spesso si salva, per fortuna. Come faccio con la regia: a volte riprendo per ore inutilmente, mentre altre riesco a estrapolare una porzione straordinaria di film.
In Fuocoammare manca la luce del sole è una metafora?
Io sono fotosensibile, quasi fobico devo ammettere, e ciò si riflette anche nella scelta e nel trattamento del soggetto.
Come mai la scelta di questo titolo?
Fuocoammare è una vecchia canzone lampedusana, cantata in memoria di un peschereccio di isolani affondato dall’aviazione britannica durante la seconda Guerra mondiale.
Considera questa come una guerra?
Sì, su due fronti: quello esterno e quello interno. Il primo è tra le nazioni e il secondo più importante, tra le coscienze.
Come ricorderemo tutto questo tra settant’anni?
Come ricordiamo oggi Auschwitz: vergognandoci.

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