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ROSSO DIRITTO

FOTO: Dieter Kosslick Anche Roberto Benigni col tempo ci ha rinunciato alla sciarpetta rossa al collo, chi no è Dieter Kosslick direttore della Berlinale, che ieri alla conferenza stampa del 66° Festival di Berlino l’aveva ben in vista (11 - 26 febbraio 2016). È un simbolo socialdemocratico da sempre intorno al collo di Kosslick ma non di chi in Germania governa, Angela Merkel e i democristiani dal novembre del 2005. Il Festival più importante d’Europa, anche per numero di germanofoni nel continente, ha sempre tutte le provocazioni da sinistra, quest’anno andando proprio al sodo con l’americana Meryl Streep (femminista e democratica) presidente della giuria. Nella stessa, importante per l’Italia, avremo Alba Rohrwacher, che non sa cosa sia il cinema d’evasione, per temi proprio scomodi e attuali: “Quest’anno - ha detto Kosslick - è il diritto alla felicità per chi viene e per chi ritorna, il filo rosso (!) del Festival”. In barba alle polemiche in corso dopo le molesti...

Non solo gay ma Maurice

Nel 1987 Maurice di James Ivory vinse il Leone d'Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, battuto da Au Revoir Les Enfants di Louis Malle. Tratto da una novella del 1917 di E.M. Forster (1879 - 1970), pubblicata un anno dopo la morte dell'autore (1971), il film è stato identificato come storia gay nell'Inghilterra dei primi del Novecento, quando l'omosessualità era punita con la prigione e l'interdizione perenne dalla vita pubblica della nazione. C'è tuttavia ben altro, che andrebbe rispolverato e sta in un importante particolare identificativo della storia, adombrato dalla trama ovvero il fenomeno "Maurice" con tutta la sua carica rivoluzionaria. Il titolo è proprio emblematico perché come Ulisse di James Joyce racchiude in sé tutto ciò che nella vicenda deve interessare: non la società con la sua ipocrisia, non gli altri personaggi positivi o negativi che siano, non i caratteri più o meno profondi, e nemmeno le loro pulsioni, ma lui  Maurice...

AHS - Hotel: Horror Without Story

Una doccia fredda con lo smacco di una campagna pubblicitaria da furbi sopraffini: “Stampa americana unanime: Lady Gaga ha superato se stessa”; oppure: “Il regista della serie dice che non ha mai lavorato con una star così versatile e istintivamente a suo agio”; “Ottanta minuti consecutivi di applausi”… La quinta stagione di Amercian Horror Story , quest’anno Hotel pare ben incominciata, quando potrebbe chiudersi qui. Un po’ di dietrologia non guasta, perché è nel confronto con le precedenti stagioni che il nuovo progetto non regge proprio. Non solo perché nelle precedenti quattro c’era Jessica Lange (LG non è nella quinta per questo, si spera), ma soprattutto perché le precedenti edizioni erano curate e accattivanti. La straordinarietà di questa serie stava proprio nell’esser riuscita a attrarre a sé il pubblico amante e non del genere horror, arricchendo la nicchia con nuovo audience. Perché gli sforzi sono stati massimi sulla grana del vedibile, in direz...

For That Reason We Went To The Movie

Un allarme può anche essere falso, come una congettura, ma come quella può adempiere a degli obblighi: il cinema americano sta morendo. Intendiamoci, non come industria, le casse delle grandi major a quanto pare stanno più che bene; muoiono le grandi storie, quelle che hanno fatto la sua storia e che oggi sono state soppiantate da tutti i rifacimenti, riprese e episodi in perfetta sequenza ordinale. Siamo addirittura alle stagioni, che invece apparterrebbero al medium televisivo. Nulla da eccepire, se non fosse chiara l'indole di questa tendenza, che porta appunto tutti i caratteri della stagnazione. Che nasce da paura, cui seguono per nulla sorprendenti le conseguenze. Scopo del cinema è incassare, fare tanti soldi; come qualunque prodotto commerciale si affida a indagini di mercato, che provengono da sé partendo proprio dagli indici di gradimento del pubblico; che ad ogni uscita viene, per così dire, intervistato in massa (il cinema è per le masse). Dove il pubblico mett...

Fury Road Principio del Sogno MIGLIOR FILM 2015

FOTO: Kennedy Miller Productions/Warner Bros.  Crederci o meno non è scopo del film, quanto del pubblico, visto che fine di un film è farcelo credere. Nel linguaggio cinematografico, per chi i movie li fa e non li guarda e basta, c`è un'unica espressione valida: beauty that suspends the audience's disbelief   (trad.: "bellezza che sospende l'incredulità del pubblico") e Mad Max - Fury Road ci riesce. Non c'è riuscito attraverso gli effetti speciali, per chi li cercasse ad attenderlo nelle sale c'é l'ennesimo polpettone americanata San Andreas , che siamo certissimi avrà quel che si merita: il suo pubblico (!).   Fury Road c 'è riuscito facendo galoppare e sudare tutti...  Da alcuni anni l'incredulità del pubblico viene drogata con i computer, ci siamo talmente abituati che alla fine, dopo aver visto un film inzuppato di finzione ne siamo pure contenti, perché ci hanno rieducati e l'algoritmo ha fatto e rifatto il sogno. Senza offesa ...

Horror Story e Fairy Tales

Storia e L etteratura : nessuna cultura può dirsi tale, o sussistere, senza un diretto sguardo alla storia in funzione letteraria. Al confronto si eccitano, perché tra cronaca e racconto, succede che il secondo capta la prima, la ingloba e ce la narra, aprendo universi paralleli entusiasmanti, emozionanti, veri nel mondo interpretato, come R. M. Rilke lo definiva. Due straordinarie serie TV nascono da questa chimica, ognuna a suo modo, ognuna da un'angolazione sua propria: sulla Storia  American Horror Story (dal 2011) di Ryan Murphy e Brad Falchuk alla quarta edizione col FREAK SHOW (2014) e Penny Dreadful (2014) sulla Letteratura, con otto episodi, diretti da quattro registi (cercateveli!) per otto puntante (1:2). La TV non è il cinema, ovvero è un contenitore di spazzatura con alcune pepite d'oro borderline: così il merito, specie nelle serie televisive non è solo dei registi, non può esserlo, ma degli sceneggiatori. Meno che al cinema, con i suoi tempi lunghi di sedim...

Maleficent… Illuminismo del cuore

FOTO: Disney I contenuti di “bene” e “male” la Disney non li preferisce mai alla loro forma, perché è con quest’ultima che incanta il suo pubblico di grandi. E chi scrive non ne è affatto piccato: ai bambini Disney ha dedicato un intero canale di cartoni animati a fargli da balia, mentre ai genitori spettano ben camuffate in larga scala opere d’impegno e piene di interrogativi (inutili per le gracili coscienze d’infanti). La lunga strada per crescerli è pur sempre lastricata di racconti (d’obbligo per gracili coscienze adulte). Maleficent, di Robert Stromberg (2014)  rientra dunque per Disney in una ben determinata scelta per grandi. Come dare il ruolo della strega nera del film a quella altrettanto nera di Hollywood, Angelina Jolie, che nella battuta: “I hate children” fuga ogni dubbio, su una personalità filmica che con i bambini si può ben poco associare. Ciò motivato da ragioni puramente formali, poiché il solo guardarla ammalia, infrange le regole etiche della scelta...